Autoritratto – Grandi Maestri

1. Richard Avedon – ritratto emozionale

http://www.memecult.it/richard-avedon-ritratto-emozionale/
Avedon è famoso per i ritratti, più che per gli autoritratti. Risulta importante in questo percorso perchè ci insegna a considerare le fotografie come un personale punto di vista:
“Un ritratto non è una somiglianza. Il momento in cui un’emozione o un fatto viene trasformato in una fotografia non è più un fatto in sé e per sè, ma un’opinione. In una fotografia non esistono cose come l’imprecisione. Tutte le fotografie sono esatte. Nessuna di esse è la verità”
Dunque nessuna di esse è la verità, ma una precisa presa di posizione, una opinione. Ed è per questo che l’autoritratto risulta essere importante, perchè l’autore coincide con il soggetto ritratto, ed è per questo che manifesta un atto di profonda introspezione e spesso di liberazione

2. Cristina Núñez

Cristina Nùñez nasce nel 1962 a Girone, in Spagna. Lavora in Svizzera e tiene workshop in tutto il mondo.
E’ artista-fotografa, autodidatta. Dopo un’adolescenza assai travagliata, inizia a produrre nel 1988 un lavoro nel quale si autoritrae. Nel 2004 si rende conto che il la tecnica usata può aiutare altre persone e decide di realizzare la Self-Portrait Experience (SPEX). Tramite dei video tutorial su youtube e per mezzo dei suoi workshop guida le persone nell’uso dei suoi esercizi.

Autoritrarsi per…
Esteriorizzare emozioni: Rendere oggetto una emozione ci aiuta a guardarla con distacco, a considerarla altro da noi (parte di noi, ma non noi per intero), e ad accettarla.
Immedesimarsi: Recitare, interpretare ruoli di personaggi simili o diversi da noi, per conoscere meglio noi stessi. Siamo tante cose e questo esercizio aiuta a buttare giù le barriere e lasciar fluire il bisogno di espressione e la creatività.
Cercare la propria identità: Le etichette creano barriere, invece interpretare dei ruoli aiuta a manifestare emozioni che non avremmo pensato. Questo permette di non sentire limiti, permette di liberarsi dagli stereotipi e di sentirsi liberi di essere ciò che si è.
Condividere: Mostrare agli altri, anche a tantissime persone, la propria identità, l’imperfezione, le emozioni, il dolore, aiuta a dividere con gli altri il peso di ciò che abbiamo dentro, gioia e dolore che sia.

3. Robert Mapplethorpe

“Cerco la perfezione della forma. Lo faccio con i ritratti, lo faccio con i peni, lo faccio con i fiori. Non c’è differenza tra un soggetto e l’altro. Cerco di catturare quello che mi appare scultoreo.
Se fossi nato cento o duecento anni fa, avrei potuto fare lo scultore, ma la fotografia è un mezzo molto veloce per vedere e per fare scultura”. Robert Mapplethorpe
Robert Mapplethorpe nasce nel 1946 a Long Island.
Uno dei pochi uomini autoritrattisti, forse perchè l’uomo aveva ruoli nella società che lo spingevano a guardare all’esterno più che verso l’interno.
Ha fotografato diversi personaggi famosi come Andy Wharol, Patti Smith (sua compagna), Deborah Harry, Amanda Lear. Oltre ai ritratti più tradizionali realizzava opere di nudo quasi sempre irritanti, dai dettagi perfettamente nitidi. Muore di complicazioni conseguenti all’AIDS a Boston nel 1989.
Fotografa per provocare, per indignare. Sostenava di voler creare un collegamento tra pornografia e arte. I suoi autoritratti e ciò che lui rappresentava nelle immagini mostrano la realtà nascosta dei suoi tempi. Sceglie se stesso come soggetto per esprimersi e indignare, era importante per lui rendersi immortale con la fotografia. Lo scandalo doveva portare la sua faccia.

Autoritrarsi per…
Esplorare identità
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Attirare l’attenzione, mostrando nei dettagli azioni spesso irritanti perchè non accettate apertamente dalla società.
Sconvolgere stereotipi, mettendo davanti agli occhi dell’osservatore cose realmente esistenti ma considerate tabù. In qualche modo, combattere per la libertà di espressione e di identità (il pudore rende forse ipocriti e anche frustrati?).
Rendersi immortali: rappresentando in prima persona scene crude e dirette quindi difficili da cancellare dalla memoria del pubblico (oltre che nelle opere, anche nella sua vita privata tra amici e conoscenti) ha sempre provato a realizzare un personaggio che non doveva essere dimenticato.

4. Cindy Sherman

Cindy Sherman nasce nel 1956 in New Jersey.
L’autoritratto per lei è libertà di travestirsi e poter essere tante persone diverse, per considerare se stessa in mille modi diversi. Non solo una fotografa, ma anche una grande performer. Non si definisce femminista, non si definisce autoritrattista. Non manipola le sue foto.
1977 “Untitled Film Stills” – 69 fotografie in cui veste i panni di figure diverse
1981 “Centerfolds” – stereotipo di donna sul grande schermo
1989 “History Portraits” – storia dell’arte italiana
1992 “Sex Pictures” – manichini in scene hard
Oggi, sui social, per criticare il selfie, immagini di se senza contenuti.

Autoritrarsi per…
Immedesimarsi: Diventare qualcun altro, “indossare i suoi panni”, aiuta a capire chi c’è al di la di noi stessi.
Liberarsi: Svestire i propri panni e indossarne altri aiuta la ricerca della propria identità, rende liberi.
Denunciare: Lei si ispira a ciò che vede nelle pubblicità, in tv, nei film. Incarnando ogni immaginario femminile proposto e confezionato dai media, abbatte ogni preconcetto e mette in dubbio l’intero scenario di figure del suo mondo, nei quali tutti cercavano il modello a sè più conforme, abbattendo quindi ogni conformità.
Notare come Cindy Sherman sa comunicare bene; nelle immagini ci si riconosce, ma si nota un senso di sospensione, una sorta di insofferenza.

5. Vivian Maier

Vivian Maier nasce a New York nel 1926. Autoritrattista e street photographer.
Riflessi, ombre e proiezioni. Non guarda mai la camera. A cosa pensa Vivian Maier mentre si ritrae, a volte pensierosa, altre volte sorridente? Nessuno potrà mai saperlo con certezza, ma la cosa sicura è che le sue foto appartengono ai suoi affetti personali, ritrovati dopo la sua morte, e che lei mai ha pubblicato volontariamente. Studiare i suoi lavori è un pò come mettere il naso in un diario segreto.
“Immergersi nella visione delle sue foto equivale a compiere un viaggio affascinante nello sguardo di una donna che probabilmente riusciva a stabilire un contatto con la realtà solo attraverso la macchina fotografica, perché forse (almeno così piace pensare a chi scrive), senza quella mediazione, il mondo appariva a lei, solitaria e poco portata per le convenzioni sociali, incomprensibile e difficile da interpretare.” https://finestresuartecinemaemusica.blogspot.com

Autoritrarsi per…
Documentare (diario) e guardarsi dall’esterno nella vita di ogni giorno, per consapevolizzare, per raccontare, per lasciare una traccia.
Sviluppare un punto di vista, raccontare il proprio modo di vedere il mondo e di vedersi dentro.
Rappresentare uno stato d’animo, non con l’espressione del volto ma in un’ambientazione capace di raccontare (nel suo caso, forse, è la solitudine, l’incapacità di socializzare, sentirsi estranei)

6. Mari Katayama

Nasce in Giappone nel 1987. A causa di una malattia genetica degenerativa a soli 9 anni fu costretta a fare una scelta: “La scelta era tra tenere le gambe e restare a vita su una sedia a rotelle, o perderle, ma poter camminare: ho scelto di camminare”.
La bellezza come qualcosa di soggettivo, il lavoro con la fotografia come mezzo di felicità e libertà, il corpo come punto di partenza, le mancanze come identità, al centro e mai nascoste; il suo è un percorso di riscatto, attuato mediante una trasformazione che le ha consentito di accettare, addolcendo, abbellendo.
L’assenza delle gambe e la particolare forma della mano viene col tempo accettata, non nascondendole ma esaltandole e replicandole, mostrandole con insistenza, decorandole e giocando con esse. Dopo la nascita di sua figlia, sceglie di mostrarsi nel modo più naturale possibile.

Autoritrarsi per…
Ricercare la bellezza fuori dagli stereotipi, la perfezione fuori dai canoni, applicando abbellimenti e decorazioni, con fantasia e libertà.
Accettarsi e amarsi, giocando al gioco delle ombre come nel progetto “Shadow puppet”.
Accettare la vita con le sue limitazioni, come nel progetto “On the way home” di ritorno a casa, simbolica riconciliazione con il suo corpo tra oceano e montagne.
Lavorare sull’identità, riappropriarsi di sè lavorando sulla mutazione, determinazione del confine tra artificiale e reale (nel progetto “Bystander” si rivela ibrida e mutante come i nostri tempi, sulle rive di un fiume fortemente inquinato)
https://www.artribune.com/arti-visive/fotografia/2019/12/intervista-mari-katayama/

7. Marta Viola

Nasce a San Benedetto del Tronto nel 1986.
Dopo la laurea in psicologia, studia, lavora, pubblica ed espone i suoi progetti, collabora con associazioni attive in tutto il mondo per il bene delle persone e per il bene dell’ambiente. Nel 2018 pubblica il libro “sangue bianco”, fotografie e testo che raccontano la sua esperienza con la leucemia.
“Voci fin troppo distinte si sovrappongono senza alcuna grazia. Sorseggiando un buon vino bianco respiro a fatica gli odori della cena. Fumo di sigaretta, risate alcoliche, sguardi complici, racconti di anni passati. Resto in una bolla fluttuante, lo sguardo annebbiato. La vita sta scivolando via, nessuno se ne è accorto. La fotografia e la scrittura sono stati i mezzi utilizzati per vivere le mie giornate dopo la diagnosi di leucemia acuta mieloide.
Inizialmente l’idea di fotografare si è imposta a causa di un disturbo visivo, tra i vari effetti della malattia c’erano anche fluorescenze e sfocature. Ho pensato di fare fotografie ogni volta che intravedevo qualcosa che mi incuriosiva, così avrei avuto modo di vederlo bene più avanti, quando sarei stata meglio.” le parole di Marta Viola

Autoritrarsi per…
Documentare il momento che si sta vivendo, in una sorta di diario di immagini e testo.
Trovare la forza dentro se stessi, bloccare un’immagine di sé che nella realtà sembra sgretolarsi, cercare di tenere insieme i pezzi.
Aiutare la vista, fissare nitide le immagini che si vedono sfocate.
Prendere confidenza e familiarità con gli ambienti circostanti, nuovi e sconosciuti, difficili da vedere.
Rendere concreto ed accettare con maggiore consapevolezza ciò che c’è di tremendo in un ambiente ospedaliero, rendere concreto ciò che è difficile da accettare, perchè può sembrare assurdo che stia accadendo, e può sembrare assurdo di essere i protagonisti.
Condividere, pubblicando, la testimonianza per sentirsi meno soli, per il bisogno di sentirsi compresi.

8. Jo Spence

Nasce a Londra nel 1934.
E’ stata fotografa, scrittrice e pioniera della foto-terapia, tecnica curativa che prevede la creazione di immagini fotografiche. Affetta da tumore al seno e leucemia, utilizza la fotografia come strumento terapeutico per documentare lo stato del suo corpo in modo da esteriorizzare anche il suo stato emotivo.
Di fronte alla mancanza di controllo sul suo corpo e all’impotenza nei confronti della malattia, la fotografia le consente di riappropiarsi della propria immagine e di elaborare ed affrontare le emozioni di rabbia e paura.
Riesce a rappresentare il sentimento di “infantilizzazione” che pervade quando si entra in clinica, e quando non riesce più a rappresentare mediante oggetti ciò che la spaventa, si dedica alla rappresentazione delle emozioni. Link, Link.

Autoritrarsi per…
Documentare ciò che si sta vivendo.
Riappropriarsi della propria figura fisica, vicini o lontani allo stereotipo di perfezione.
Rappresentare e rendere oggetto ciò che spaventa e si deve in qualche modo accettare.
Rappresentare le emozioni (narrative of dis-ease)
Combattere e lottare contro ogni forma di dominio.
Cercare nella fotografia un modo per guarire nell’animo più che nel corpo, non considerando una lotta quella contro il cancro, reclamando la proprietà del proprio corpo.
Condividere e rendere collettivo il proprio dolore, per alleggerirsi e per sensibilizzare gli altri.

9. Francesca Woodman

Nasce a Denver nel 1958, vive in Italia e muore a New York a soli 23 anni.
Per esprimere se stessa e per ricercare la sua identità, Francesca Woodman utilizza il suo stesso corpo, che appare nudo e messo in relazione con la realtà che lo circonda, fino a diventare un tutt’uno con essa. Le sue foto ricordano le opere surrealiste.
Gli elementi della casa, allora considerato come ambiente femminile, vengono riposizionati e collocati insieme al corpo della donna in equilibri di tensione. Nelle vecchie case abbandonate si ritrae in lunghe esposizioni per apparire in simbiosi con le pareti piene di muffa e macchie, esprimendo l’idea di un corpo fatto di materia che subisce cambiamenti dovuti all’azione del tempo. Riesce perfettamente ad esprimere la fusione di interiorità ed esteriorità.
Importante elemento è lo specchio, il cui significato viene decostruito; non si ritrae per mostrare la sua bellezza (stereotipo), ma si ritrae dietro, sopra o di fianco ad esso, fino a metterlo da parte e distante per esprimere il conflitto con la sua immagine (self deceit, autoinganno). Lo specchio non riflette, ma rispecchia il vuoto.

Autoritrarsi per…
Ricerca della propria identità, intima e profonda, una ricerca nella quale la Woodman sprofonda e si perde perchè profonda e mutevole. La rappresentazione crea un doppio di sè che finisce per assorbire l’originale.
Accettazione del proprio corpo e dei suoi cambiamenti.
Esprimere un disagio, la sofferenza interiore, instabilità e claustrofobia del corpo rappresentata in un ambiente vuoto, un corpo che viene materializzato e si dissolve, viene negato, nascosto e mutilato. Rappresentazione della propria negazione di esistere, sfuggendo dall’obiettivo nel momento in cui si vuole rappresentare.
Esprimere un modo di vedere le cose, in particolare il concetto di corpo come materia che cambia
Esprimere la simbiosi con lo spazio, spazio che si unisce con il corpo e corpo che si assorbe nello spazio.

10. Nan Goldin

Nasce a Washington nel 1953.
Fotografa ritrattista ed autoritrattista, è famosa per l’uso della fotografia come documentarista di scene di vita quotidiana. I suoi sono ritratti ambientati, e raccontano sotto forma di diario la violenza, la droga, la malattia, amori etero e non, la solitudine e i problemi di coppia in casa. E’ la protagonista di diverse sue famose fotografie, narra ciò che normalmente si racconta e ciò che spesso si tiene nascosto, e lo fa con una tale naturalezza da non far sentire l’osservatore un esterno spettatore, ma il protagonista.
Il suicidio della sorella maggiore di soli 18 anni venne nascosto dai genitori, perchè non accettato e perchè si temeva di rovinare la reputazione della famiglia; il risultato ottenuto fu quello di una continua ricerca di verità da parte di Nan.
Ciò che rende Nan Goldin un’artista unica è la capacità di rappresentare la verità nuda e cruda, senza messe in scena. Si rimane colpiti perchè ci si riconosce nelle azioni e nei ruoli dei soggetti ritratti, e questo crea empatia e talvolta fa emergere ferite che ognuno può avere dentro di sé.

Autoritrarsi per…
Scrivere un diario visivo e conservare la traccia della vita intima di se e di chi è vicino, dando un senso a ciò che si vive ogni giorno. “Consentire di vivere per sempre”.
Esprimere concetti difficili, come quello della difficoltà di amare, la difficoltà di comunicare, la difficoltà di vivere insieme ad un’altra persona, la solitudine nella coppia, la sofferenza di una separazione (The ballad of sexual dependency)
Prendere le distanze e guardare con gli occhi dell’osservatore qualcosa che si vive in prima persona, per confinare la sofferenza e renderla oggetto.
Raccontare con i ritratti degli altri, scene che non si vorrebbero vedere ma nelle quali ci si identifica, fino a trovare qualcosa di proprio ed affrontare le proprie sofferenze.
Portare la vita quotidiana nell’arte (e non l’arte nella vita quotidiana, come si era abituati a considerare). L’arte infatti in questo caso non è una denuncia, ma verità della condizione umana.

11. Sophie Calle

Nasce a Parigi nel 1953.
E’ una fotografa performer, importante da considerare per la sua genialità.
“Per il progetto “La filature” 1981, Sophie chiede a sua madre di assumere un detective per farsi pedinare e fotografare per un’intera giornata: contemporaneamente tiene un diario in modo da confrontare la sua vita vista dall’esterno, cioè dal detective, con quella vissuta da se stessa. Nel frattempo, incarica un’amica di pedinare lo stesso detective e di scattargli delle foto.”
“L’artista usa un intermediario per descrivere e interpretare se stessa; si cerca nello sguardo altrui, in un punto di vista esterno. E ciò realizza una relazione complessa, dai ruoli non ben definiti e quasi interscambiabili: soggetto/oggetto, autore/personaggio, guardante/guardato.” Link
Vorrei tralasciare tutte le implicazioni, ma far ragionare sull’originalità perchè possa essere uno stimolo.

Idee per autoritratti creativi
https://expertphotography.com/21-creative-self-portrait-photography-ideas/

Altri artisti interessanti

  • Umbo – Sostituire al proprio volto la macchina fotografica
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  • Ugo Mulas – L’autore deve stare sempre dietro la macchina, mai in primo piano.
  • Michael Snow – Io scompaio dietro la macchina fotografica, e tuttavia è questo che sono: io sono un fotografo.
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  • Lee Friedlander – La macchina fotografica non si interpone tra me e la realtà, ma mi permette di vedere la realtà e me.
  • Walter Evans – “Macchè io è un altro, io è io”. “Io sono quello che sono, la realtà è quella che è. Il problema è mostrarvela perchè mentre la mostro muta e si carica di senso”
  • Anne Brigman – “Io è il corpo”, autoritratto come corpo e non come volto
  • Federica Muzzarelli – Modo performativo di intendere il corpo della fotografa
  • Francesca Woodman – Evoca mitologia di alcuni simboli (es. crocifissione al femminile)
  • Nan Goldin – Fotografia come traccia: forma problematica (non pacificata) con la realtà.
  • Cindy Sherman – La tematica dello stereotipo
  • Aino Kannisto – Immagini come possibile narrazione
  • Matthew Barney – mostrare la metamorfosi chirurgica (trasformazione fisica come cambio di personalità)
  • Pierre e Gilles – i “due” io (double)